Io sono Fernanda Pivano (o almeno, vorrei)

Mio fratello, che ha diciassette anni, stasera a cena ha detto che il problema dell’Italia è questo: noi cerchiamo un leader che abbia carisma, piuttosto che ideali. O una morale.

Mio fratello non dà spesso sfoggio di grande acume politico, ma bisogna ammettere che stavolta ci ha preso in pieno.

Poi, al di là di dettagli di pessimo gusto, ci sono persone che hanno il buon senso e la lungimiranza di dire: “a me non va bene, questo non mi rappresenta”. E fortunatamente si riesce a fare il passo ulteriore: se questo non mi rappresenta, allora da che cosa mi sento rappresentata?

Da questa domanda nasce in questi giorni su Facebook l’iniziativa “Io sono…” che invita le utenti di sesso femminile a dire di no alla costante mercificazione della donna e a riaffermare i valori in cui credono e di cui sono state paladine le grandi donne del passato.

E io, che ho sempre tacciato Facebook di essere uno strumento demoniaco, io mi sono lasciata affascinare da questa iniziativa, e ho scelto anche io la donna da cui mi sento più rappresentata.

Nanda negli anni '60

Questa settimana, io sono Fernanda Pivano.

Nanda nasce a Genova e studia in Svizzera, ma presto si trasferisce con la famiglia a Torino dove frequenta il liceo D’Azeglio – lo stesso che ho frequentato io. E’ compagna di classe di Primo Levi, insieme al quale viene bocciata all’esame di maturità perchè i loro temi sono considerati “non idonei”. Uno dei suoi professori è Cesare Pavese, che qualche anno più tardi le farà avere il primo contratto di traduzione con la casa editrice Einaudi. E’ sempre Pavese a farle avere il manoscritto di “Addio alle armi”, capolavoro di Hemingway bloccato dalla censura fascista per la descrizione impietosa della ritirata di Caporetto e per l’antimilitarismo e la condanna della guerra che si respira tra le sue pagine. Durante una retata, viene sequestrato il contratto di traduzione di “Addio alle armi” intestato a Nanda, e lei viene arrestata. Il romanzo non verrà pubblicato in Italia fino al 1949, ma ci vuole ben altro per zittire Papa Hemingway. Il quale, venuto in Italia alla fine degli anni Quaranta, scopre la vicenda della Pivano e insiste per conoscerla. Dal loro incontro a Venezia nasce una profonda amicizia che, personalmente, non ha ancora finito di commuovermi.

Questa settimana io sono Fernanda Pivano. Senza Pavese, certo, e soprattutto senza Hemingway – i nostri giorni non ne hanno più. Ma con lo stesso fuoco dentro, la stessa passione, lo stesso desiderio di libertà.

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5 thoughts on “Io sono Fernanda Pivano (o almeno, vorrei)

  1. Forse non c’entra col tema del post, ma forse un po’ anche sì. Io adoro Pavese. L’ho scoperto da poco, ma è già uno dei miei scrittori e uomini preferiti.
    Ma senti, pensi che in questa giornata, essendo io un uomo e non osando impersonare una donna, io possa immedesimarmi in Pavese? Non credo che qualcuno possa avere da ridire, vero?
    Saluti

    1. Direi che hai il permesso… Pavese è un ottimo punto di riferimento! (a parte il suicidio… ma anche lì, che classe: hai mai letto la nota che ha lasciato? “non fate troppi pettegolezzi”. Folgorante. E anche quel “Va bene?”, ha una forza incredibile.)
      Grazie per la visita e il commento!
      Ps le tue poesie sono molto belle.

      1. La cosa più segretamente temuta accade sempre.
        Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

        Basta un po’ di coraggio.

        Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

        Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non coraggio.

        Tutto questo fa schifo.
        Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

        Da “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese

        Ps. Grazie per essere passata dal mio blog e aver apprezzato le mie poesie.

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